When Philip met Isabella


Qualche settimana fa ero in biblioteca municipale, reparto moda, e mi sono imbattuta in un libro meraviglioso, When Philip Met Isabella: Philip Treacy’s Hats For Isabella Blow.

Conoscevo la collaborazione Isaella-Philip ma ho scoperto nuovi dettagli

Traduco liberamente parti dall’introduzione del libro (scusate la grammatica)

Philip Treacy è un artista irlandese, nato nel 1967: Viveva con sette tra sorelle e fratelli.
Come da tradizione, cominciò a fabbricare cappelli per le bambole delle sorelle, con le piume delle galline che sua madre teneva in giardino.
“Mia mamma aveva un macchina da cucire. Non ero autorizzato ad usarla, ma ne ero cosi affascinato che la usavo quando lei andava fuori a dare da mangiare alle galline. Avevo circa 5 minuti a disposizione. Sapevo fare dei punti specali quando ancora nemmeno sapevo cos’erano”.
Sua sorella era l’unica ad incoraggiare il suo interesse per la moda, ma il resto della famiglia non lo scoraggiava. “Mi ricordo un giorno un vicino disse a mio padre: non pensi sia strano che un ragazzo faccia abiti per bambole? E mio padre disse- qualunque cosa lo faccia felice.Per una persona della sua generazione questo era piuttosto inusuale”.

Nel 1985, Treacy lascio la scuola e andò a Dublino per studiare moda e fare cappelli, ma solo come hobby, poiché erano da complemento agli outfit che produceva per il corso.
“Nessuno aveva davvero molto tempo per i cappelli perchè era una scuola di moda.
Ma venne un punto in cui ero più interessato a fare cappelli che il resto dell’outfit”.
Come esperienza di lavoro, in quel periodo passò sei settimane da Stephen Jones.
Studiò alla Royal College of Art a Londra, e “un giorno dissi al mio tutor Shelagh Brown: ‘Che dovrei fare? Cappelli o abiti?’ Lei disse ‘fai cappelli’. Fu pratico, non una grande sorpresa”.
Come progetto scolastico, Treacy fece cappelli Ascot per i magazzini Harrods, a Londra.
Claire Stubbs, la sua fashion director, lo declamò nel Sunday Times come “il prossimo grande cappellaio inglese”.
Treacy portò i suoi cappelli a far vedere a Michael Roberts, fashion director di Tatler magazine, e al suo style editor Isabella Blow.
“Che bellezza!” disse Blow. Dichiarò più tardi: “Pensai: ‘questo è grandioso. non mi sono mai sentita tagliata cosi’. Era un cappello verde di feltro tagliato come la mascella di un coccodrillo, con denti. Affusolato, elegante, cosi eccitante”. Blow era prossima al matrimonio, e, avendo scelto il tema medievale per il suo vestito, chiese a Treacy di farle il cappello.
“Volevo un cappello basato su uno spettacolo del 1930 chiamato The Miracle, in cui compariva Lady diana Cooper- ricorda Treacy- suggerii a Issy che forse poteva essere adatto al matrimonio. Non potevo credere di essermi imbattuto nell’unica persona che non voleva tulle e perle, ma quello, come suo cappello nuziale”.
Prendendo Philip sotto la sua ala, Isabella lo introdusse in un mondo di designers, come Manolo Blahnik e Rifat Ozbek,e fashion editors come André Leon Talley di Vogue America.
Quando Philip lasciò il Royal College nel 1990, si trasferì nel seminterrato di Isabella e suo marito, e allestì uno studio là. “Issy viveva di sopra con suo marito, e il suo cappellaio viveva di sotto, lavorando tutta la notte fino a che non saliva con le sue meraviglie. Poi tutte queste persone pazze cominciarono a presentarsi a tutte le ore della notte per provare i cappelli. Issy e io eravamo come Harold e Maude, in giro per Londra in auto… Avevamo una mostra, o andavamo a comprare libri, o solo fuori per un drink. Tutto quello di cui parlavamo era cappelli”.
Treacy fu convocato a Parigi per incontrare Karl Lagerfeld, designer capo da Chanel.
“Avevo 23 anni; avevo appena lasciato la scuola; non sapevo nemmeno se chiamarlo Mr Lagerfeld o altro. Ero totalmente intimidito dall’ intero scenario, ma Issy era esattamente sé stessa. Entrò soltanto nel palazzo Chanel e disse : ‘Vorremmo del te, grazie’”.
Non solo Treacy fece i cappelli per Chanel quella stagione, ma Karl basò la sua collezione sul cappello bianco a bolla con sciarpa nera di chiffon di seta che Isabella indossava quel giorno.
I cappelli erano stati per lungo tempo fuori moda: “I cappelli venivano associati a vecchie signore e pensavo fosse folle” -disse Treacy- Tutti hanno una testa, dunque ciascuno ha la possibilità di indossare un cappello e sentirsi bene in esso. La gente si sente meglio indossandoli. Ero contro la percezione del cappello di quel tempo e pensai: la cambierò”.

Le sue creazioni per Isabella vanno da “The Ship”, una replica di un veliero del 18mo secolo, “The Castle”, basato sulla vecchia casa di Isabella , e altri con cui lei spesso non passava dalle porte. “Presente lo scenario per cui le rose sono rosse e le foglie verdi? Perchè dovrebbe essere così?Odio regole e formule. Sono così noiose. Sono l’opposto della creatività. Le regole sono cose ridicole fatte per essere infrante”.Treacy fece cappelli per Valentino, Gianni Versace e Alexander McQueen da Givenchy. Aprì il suo negozio nel 1994, una porta accanto a quella di Isabella.
Gli piace mangiare lo stesso pranzo tutti i giorni: due uova, patatine, fagioli, un toast e té.

BIOGRAFIA

1967 nasce a Ahascragh, County Galway, Ireland 1985 Studia fashion design al National College of Art & Design, Dublin 1988 Royal College of Art, London , dove si specializza in design di cappelli
1989 Lavora con John Galliano and Rifat Ozbek. Incontra Isabella Blow 1990 Si laurea al Royal College come primo della classe. La sua collezione finale fa scalpore. 1991 Apre uno showroom e un laboratorio di cappelli a casa di Isabella in Elizabeth Street.
Comincia una lunga collaborazione con with Karl Lagerfeld. Lancia la Treacy ready-to-wear collezione di cappelli
Vince il British Accessory Designer of the Year award: lo vincerà 5 volte negli anni 90 (91, 92,93, 96,97)
1993 Prima sfilata alla London Fashion Week. Naomi Campbell, Christy Turlington e Kate Moss fanno da modelle.
1996 Esibizione alla Biennale di Firenze 1997 Lancio di una collezione di accessori, borse, guanti e sciarpe. Esibizione al Victoria & Albert Museum, London. 1999 Disegna cappelli per la collezione alta moda di Alexander McQueen per Givenchy a Parigi e per Karl Lagerfeld da Chanel.
2000 Prima sfilata di alta moda di cappelli a Parigi, diventa il primo designer di cappelli a sfilare alla Paris couture week.
2001 Collabora con l’ artista Vanessa Beecroft per la Biennale d arte di Venezia. 2002 When Philip Met Isabella: Philip Treacy’s Hats For Isabella Blow , Design Museum, London.
2005 disegna i cappelli per il matrimonio del principe di Galles con la duchessa di Cornovaglia (Carlo e Camilla)

http://www.philiptreacy.co.uk/

Isabella Blow

La sua vita pubblica comincia quando nel’83 fu presentata alla direttrice dell’edizione americana di Vogue: Anna Wintour. Fu inizialmente assunta come sua assistente, ma non molto tempo dopo diventò l’assistente di Andre Leon Talley, attualmente redattore capo di Vogue. Mentre lavorava a New York strinse amicizia con Andy Warhol e Basquiat.
Nel 1986 tornò a londra per lavorare con Michael Roberts, allora fashion director delle riviste Tatler e Sunday times Style.
Nel 2002 in un’intervista con Tamis Blanchard, dichiarò che indossava cappelli stravaganti per una ragione pratica: per tenere chiunque lontano da lei. “La gente dice: posso baciarti?e io rispondo no, grazie mille. Questo è il motivo per cui ho messo il cappello arrivederci. Non voglio essere baciata da chiunque ma solo dalle persone che amo”.
Isabella aveva un talento naturale per la moda e buone idee per i futuri trend. Scoprì Alexander McQueen e acquistò la sua prima collezione per intero per 5,000 sterline, pagandola in rate settimanali da 100 dollari. Dopo aver conosciuto Sophie Dahl, la Blow la definì come una grande bambola con il cervello e la rese famosa lanciando la sua carriera.
Nel 2002 diventò la protagonista di una mostra, una serie di schizzi e fotografie che la raffiguravano mentre indossava i cappelli disegnati da Treacy. Scoprì anche altri talenti nel mondo della moda come la modella Stella Tennant
Muore nel Maggio 2007 all’età di 48 anni,compiantissima, per suicidio, il suo terzo tentativo in pochi anni, a causa di una depressione. Il funerale si svolge nella cattedrale di Gloucester. Sulla bara campeggia un cappello di Philip.
Tutto il mondo della moda è presente. Tutti con un capello, of course.

Cappelli

L’ altro giorno stavo pensando ai cappellini dell’ ultima collezione Marc jacobs per la primavera estate:
Ho sempre amato i cappelli da gondoliere! ne ho uno a casa ma mi va largo
E mi sono venute in mente delle associazioni
Claudia per YSL…

la Colazione dei canottieri di Renoir…

il cappellino di Sarah Jessika Parker in Sex & the city, quando si trasferisce a Parigi (probabilmente è di Chanel)
Al che mi sono messa a pensare a qualche bel cappello della serie:

Il cappello che Carrie indossa con il russo in carrozza
Questo è il cappello dei miei sogni, di pelo con i pon pon!
L’ ho sempre sognato e mai trovato
Il cappello di Samanta nel film tratto dalla serie
il cappello di Carrie per il matrimonio con Big, firmato Prudence Millinery per Vivienne Westwood (non mi piace, sinceramente)

e quello indossato da SJP per l’ anteprima del film, by Philip Treacy (nemmeno questo mi piace)

Poi ho pensato ad alcuni cappelli visti spesso sui blog

la bombetta, molto gettonata qualche tempo fa:

Face Hunter

Il cappello di American Apparel

Sea of shoes

Karla’s closet

e per finire, qualcosa di non convenzionale, ovviamente da Susy!

Stylebubble

Ma il meglio é sempre lei, che vi devo dire:

Colazione da Tiffany, 1961


Sciarada, 1963

Come rubare un milione di dollari e vivere felici, 1966

My Fair Lady, 1964
Colazione da Tiffany

Povere modelle

Articolo dal Corriere della sera online
Titolo: Le scarpe strette e le lacrime simbolo di Auguste
Che cosa si legge sul visetto irrorato da calde lacrime di Auguste? Smarrimento, preoccupazione, pensieri negativi al di là del fiero portamento. Auguste, una modella che non riesce a trattenere il pianto in passerella. Fiction? No, pura realtà vissuta in diretta alla sfilata di Jil Sander, monumento del minimalismo chic dove colori sobri, tagli essenziali, sguardi impassibili secondo il cliché della casa, non possono però frenare l’ emozione e la fragilità d’ un momento. Di fuori programma, veri o verosimili, alle sfilate c’ è ormai una ricca casistica. Modelle prese da irrefrenabili crisi di riso (come capita sui banchi di scuola), che cantano e ballano, che fingono imbarazzo perché un vestito le lascia seminude, che lanciano paillettes tra il gentile pubblico, che franano rovinosamente sulla pedana o in braccio a qualcuno delle prime file, causa tacchi-trampolo, come capitava a «Giochi senza frontiere». Ma un pianto dirotto, anche se trattenuto, è davvero una primizia. E così Auguste Abeliunaite, giovanissima modella lituana, capelli corti castani, occhi d’ un azzurro struggente, una delle tante, lunghe, eteree ragazze dell’ Est che ormai monopolizzano le passerelle modaiole, diventa senza volerlo il simbolo, l’ emblema d’ un mondo della moda preoccupato, oltre l’ orlo della crisi (certamente non soltanto per propria colpa) ma che resta dignitosamente a testa alta, deciso a superare il momentaccio. Su che cosa abbia indotto la flebile Auguste a quello sfogo si possono trovare diverse, elementari ma plausibili motivazioni. La frustrazione un po’ infantile di non corrispondere perfettamente all’ aspettativa dello stilista. Stanchezza e stress non puntellati da un minimo bilanciamento di calorie, leggi digiuni. Un’ overdose di trucco. L’ effetto dell’ aria milanese che pur fetida, difficilmente può però destabilizzare in quel modo le congiuntive. E poi tutto ciò possa turbare il cuore d’ una ragazza di quell’ età: litigio con il fidanzato, nostalgia per la mamma, delusione per qualcosa andata storta. Ma la verità dove sta? «Tutto si deve alla semplice sofferenza per un paio di scarpe troppo strette», sdrammatizzano all’ agenzia milanese che ha reclutato la sensibile Auguste. Davvero dietro quelle lacrime si nascondono soltanto i tormenti di alluci che reclamavano aria e libertà, il supplizio d’ una camminata simile al «giudizio di Dio sui carboni ardenti» di medioevale memoria? Se è così, più che al simbolo d’ un mondo della moda preoccupato, Auguste Abeliunaite e le sue lacrime saranno ricordate come il silenzioso, pubblico martirio da un popolo di donne vessate da bellissimi, straordinari, slancianti strumenti di tortura. Auguste è tutte loro.
Ehi regà, magari c’aveva davvero le scarpe strette.
27/04/2009

Rick Owens sei strano ma ci piaci

Rick Owens rules of style from DETAILS

1.
I’m not good at subtlety. If you’re not going to be discreet and quiet, then just go all the way and have the balls to shave off your eyebrows, bleach your hair, and put on some big bracelets.

2.
Working out is modern couture. No outfit is going to make you look or feel as good as having a fit body. Buy less clothing and go to the gym instead.

3.
I’ve lived in Paris for six years, and I’m sorry to say that the Ugly American syndrome still exists. Sometimes you just want to say “Stop destroying the landscape with your outfit.” Still, from a design standpoint, I’m tempted to redo the fanny pack. I look at it as a challenge—it’s something to react against.

4.
When a suit gets middle-of-the-road it kind of loses me—it has to be sharp and classic and almost forties.
(quanto ha ragione)

5.
Hair and shoes say it all. Everything in between is forgivable as long as you keep it simple. Trying to talk with your clothes is passive-aggressive.

6.
There’s something a little too chatterboxy about color. Right now I want black, for its sharpness and punctuation.
(quanto ha ragione)

7.
Jean-Michel Frank, the thirties interior and furniture designer, supposedly had 40 identical double-breasted gray flannel suits. He knew himself and is a wonderful example of restraint and extravagance.
(quanto ha ragione)

8.
I hate rings and bracelets on men. I’m not a fan of man bags, or girl bags either—or even sunglasses. I don’t like fussy accessories. Isn’t it more chic to be free? Every jacket I make has interior pockets big enough to store a book and a sandwich and a passport.
(quanto è furbo; e ha ragione!)

9.
With layering, sometimes the more the better. When you layer a lot of black you’re like a walking Louise Nevelson sculpture, and that’s pretty attractive. Allowing yourself to be vulnerable is also one of the most attractive things you can do.

10.
It’s funny—whenever someone talks about rules, I just want to break them. I recoil from the whole idea of rules.

http://www.owenscorp.com/

Rick e la sua mogliettina (ehm)

Da chi prenderà ispirazione per le sue modelle?

Credo che questa giacca sia stata, in tutte le sue varianti, uno dei pezzi forti della scorsa stagione.
Si è vista su tutte le fashion editors e modaiole che si rispettino.
Inutile dire quanto mi piace (tanto)

versione con pelo

versione ancora più distressed
scarpine tranquille
fine della sfilata uomo

Nato nel 1962, Rick Owens è un designer americano. Wikipedia dice che è diventato famoso dopo che una foto di Kate Moss con indosso una delle sue giacche di pelle apparve su Vogue Paris .
Ha sfilato per la prima volta a Ny nel 2002. Ora fa base a Parigi.
Nel 2007 ha vinto il Cooper-Hewitt National Design Award. Nel 2002, il Council of fashion Designers of America Perry Ellis Emerging Talent Award.
Della sua moda ha detto “cerco di fare abiti nel modo in cui Lou Reed fa musica. Pochi cambiamenti, e diretto. è dolce ma in qualche modo spaventoso. è un dare a tutto quello che faccio un senso di calore, di sensazioni morbide. è a proposito di eleganza ma tinta con un pizzico di barbarie, la sciatteria di un qualcosa che si trascina e il lusso di fregarsene”
Il suo primo negozio in Palais Royal ha coinciso con la messa in vendita della sua linea di mobili, una seconda linea di abiti, Lillies, e una linea di denim chiamata DRKSHDW.
Non è certo un designer per tutti, diciamocelo.

Flickr I like

Liebemarlene, solo per i vestitini! Ha un negozio Ebay carinissimo, pieno di queste cose
http://www.flickr.com/photos/liebemarlene/sets/72157610728227030/

Disegni troppo carini, le pagine più vecchie sono le migliori

Ragazza super retro
Questo è il flickr di una giapponese, pieno di foto del suo coniglietto, Fukusuke.
Fukusuke a casa, in viaggio, in città.. è carinissimo, e io ho la maglietta!

ce ne sarebbero mille altri, ma ora non mi vengono in mente.