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Libri divertenti

Certe volte non si ha voglia di rileggere Dickens e Dostoeskij (ci ho provato, non riesco),si ha solo voglia di libri leggeri.  il mio amore per David Sedaris , scrittore famosissimo in America, mi porta a scoprire scrittori con uno stile simile al suo, uno humour cinico in cui mi ritrovo tantissimo.



Ho scoperto questo libro perché si parla molto dell’autrice, una mamma che in 3 anni su Twitter ha accumulato un milione di followers, raggiungendo poi la popolarità con un film, un libro e uno show tv tratto dalle sue dissertazioni quotidiane sulla vita di tutti i giorni. Io la seguo su Instagram e fa ridere davvero.

 

Forse avrete visto Dan nel suo show su Mtv sul sesso, molto divertente, oppure avete letto la sua rubrica su L’Internazionale . Non ho letto questo libro ma mi fido delle premesse


David Rakoff è uno scrittore della scuola di Sedaris, anzi deve a lui il suo successo, hanno lavorato infatti insieme in radio e in teatro.
Ha scritto numerosissime storie e ha vinto nel 2011 con questo libro il Thurber Prize for American Humor (già vinto dallo stesso Sedaris). Purtroppo l’autore è deceduto l’anno scorso.



CHE DIRE?!! Anche qui, sapete il mio  amore per Wes. Come, come non avere questo libro interamente dedicato alle 7 opere del mio regista preferito? Fotorafie dai set, storyboards, illustrazioni, memorabilia, interviste… già mi lecco i baffi



La recensione sulla copertina di Sedaris stesso mi basta come prova del fatto che mi serve questo libro. La trama: vicende strampalate di un ragazzo gay ebreo che lavora come sceneggiatore a Broadway e Hollywood.

 

Ben due libro del mio idolo personale . Per chi non lo sapesse Nora è solamente la mente che ha creato sceneggiature di film come Insonnia d’amore, Harry ti presento Sally, C’è posta per te, Julie&Julia. Bazzecole. I suoi libri sono in stile Fran Leibowitz (di cui era coetanea), divertenti e autoironici, come potete vedere già dai titoli



 

Libro divertentissimo (sullo stile di Sedaris) di un ragazzo gay ebreo e le sue vicissitudini, peraltro già narrate  nel suo blog Il mix gay+ ebreo sembra essere molto di successo tra questo tipo di scrittori



Altro libro scritto a soli 16 anni (SEDICI, ED E’ SCRITTO DA DIO) da una donna intelligente, la mia amata Caitlin Moran. Bello ma secondo me per capire l’autrice dovete leggere How to be a woman (appena uscito tradotto in Italia,ve ne parlo in questo post)


FRAN LEBOWITZ TI AMO E VOGLIO ESSERE COME TE.
Un riassunto della visione del mondo di Fran, divertentissimo, dissacrante e cinico. Se avete visto una sulla metro ridere da sola, ero io che leggevo questo (il libro è composto da capitoli molto corti, perfetti per la metro :)) 



Ah e mi sono resa conto di non avere mai fatto il post sui libri che ho letto ad Agosto!
Vincono su tutto 1Q84 e Middlesex. Un po’ una delusione questo Philip Roth. Bellissima scoperta Elizabeth Strout, di cui ho letto i suoi due ultimi libri, davvero ben scritti. 


07/11/2013

Reviews e scoperte interessanti

Come vi dicevo l’altro giorno, sto leggendo “How to be a woman”, di Caitlin Moran.

Il libro è il giusto concentrato di quello che piace a me: una scrittrice forte, un po’ di femminismo, del sano nerd giovanile e tanto umorismo. 
Questa donna ha studiato a casa dalle scuole medie in poi ed è diventata columnist del “The Times” alla tenera età di 18 anni, giornale per cui scrive ancora ben 3 colonne alla settimana. Già solo da questa stringata biografia capite che è una donna da amare.

A quanto pare le reviews e le effettive vendite del libro parlano chiaro, Caitlin ha scritto il libro che ogni donna dovrebbe leggere.

Dopo 10 pagine di libro avevo in effetti capito che è amore. Caitlin scrive di sé partendo dalla sua adolescenza da nerd, cicciona, povera e senza amici. Sembra tutto un disastro, se non fosse che scrive benissimo ed è estremamente simpatica. E che è una femminista.
La vera rivelazione di questo libro non è il fatto che faccia sbellicare e che l’essere nerd della scrittrice ci faccia ovviamente riconoscere un po’ in lei (tutte le ragazze si sentono un po’ nerd – o forse le bellone no?), il vero punto focale del libro è come Caitlin ci spiega il femminismo.

Ora, l’argomento mi ha sempre interessata molto. Da Simone de Beauvoir in poi ho letto qualcosa in merito, ma non ho mai voluto approfondire. E invece DEVO, DOBBIAMO approfondire.
Caitlin parla di femminismo in un modo che vi farà subito dimenticare di ascelle pelose, donne malvestite e arrabbiate e odio verso gli uomini. Parla di un femminismo sano, grazie al quale le donne dovrebbero farsi valere, smetterla di preoccuparsi della circonferenza delle loro cosce e passare ad altro. Smettere di credere che siamo delle principesse indifese e fragili, cazzo!!

Ero così infervorata dopo qualche capitolo che sono riuscita a litigare con il mio ragazzo per rivendicare il mio girl power, e il fatto che NO, NON PUÒ  SCHERZARE sul fatto che una volta cuccava e ora non cucca più, perché io non scherzerei mai su quanti piselli ho eventualmente visto e non potrò più vedere, e anche volendo non potrei neanche farlo perché apparirei solo una poco di buono, e allora perché lui può, no non ci sto ecco!!!!1!!1!

Il suo commento è stato “Giulia, devi veramente smettere di leggere quel libro”.
Il che mi ha fatto continuare con maggiore convinzione, ovviamente.

Ecco uno degli estratti più belli dal libro ( e credetemi c’è l’imbarazzo della scelta, a partire da quando parla del suo punto di vista sulla pornografia, esilarante, a quando spiega di cosa una donna può effettivamente fare a meno, cioè tutte le cazzate di cui gli uomini effettivamente non si preoccupano affatto)

“When I thought of myself as an adult, all I could imagine was someone thin, and smooth, and calm, to whom things… happened. Some kind of souped-up princess, with a credit card. I didn’t have any notion about self-development, or following my interests, or learning big-life lessons, or, most importantly, finding out what I was good at, and trying to earn a living from it (…). I din’t worry about what I was going to DO. What I DID worry about (…),was what I should BE, instead. (…). I presumed that once I’d cracked being thin, beautiful, stylishly dresses, poised and gracious, everything else would fall into place. (…). I would suggest that when you’ve spent millennia not being allowed to do anything, you do tend to become more focused on being self-critical, analytical and reflective because there’s nothing else you CAN really do, other that a) look hot and b) turn inward.”

E parlando di femminismo, ieri su intothegloss c’era questa bella citazione di Antony and the Johnsons




Review scombinata e personale a parte, la cosa più bella di questo genere di libri è che gli autori fanno tantissimi riferimenti letterari e musicali, che io puntualmente mi annoto e poi vado a cercare.

Dal libro della Moran ho scoperto l’esistenza di molti scrittori:

-Germaine Green, scrittrice femminista di cui mi precipiterò a comprare i libri
-Dorothy Parker, columnist del New Yorker
-Alexander Woollcott
-David Niven, attore degli anni ’30 e ’40 famoso, oltre per il suo ruolo di Phileas Fogg ne “Il giro del mondo in 80 giorni”, per l’ autobiografia “La luna è un pallone”
-Faulkner (shame on me)

Quella frase che molti di voi hanno su Facebook pensando sia tratta da un account Pinterest qualsiasi (parlo con te, fidanzato), “All the things I really like to do are either immoral, illegal, or fattening” è di Alexander Humphreys Woollcott, appunto.Vedi cosa non si scopre leggendo.


Altre nuove scoperte sono state l’esistenza di uno dei più grandi bluesman  della storia, Robert Johnson, di cui conoscerete sicuramente “Sweet Home Chicago”, la versione cinematografica  di “A Star is Born” con Barbra Streisand, il libro “Please Kill Me: the Uncensored Oral History of Punk”,  e questa canzone che vi posto qui sotto, successone in Inghilterra (mi pare di averla sentita alla radio?)

Insomma, LEGGETE QUESTO LIBRO!

Io dal canto mio sono già stata il libreria a comprare nuovi libri e ho ordinato “Moranthology”, una raccolta degli articoli della Moran per The Times degli ultimi 20 anni. 

E a proposito di libri e musica, ci infilo anche un po’ di cinema, per dirvi che sono andata a vedere “Il lato positivo”(Silver Linings PLaybook) e nonostante non sia d’accordo sulle tantissime nomination agli Oscar del film (tutti e 4 gli attori, miglior film, miglior regia, miglior montaggio… mi sembra un po’ esagerato), è una bella commedia, non la solita robetta indie, e parla di disturbi mentali con un certo tatto. Non vedevo una cosa romantica-non zuccherosa da tanto tempo! Molto bella anche la scelta delle musiche. Thumbs up.





13/03/2013

Goodbye, Columbus

Ho letto su un giornale che Einaudi ha ripubblicato Goodbye, Columbus, un libro del 1959 di Philip Roth, il suo primo breve romanzo.

Sono corsa a documentarmi, dato il mio amore per Roth e dato che ho scoperto esiste un film omonimo del 1969, con Ali MacGraw (amo pure lei, e vi ho già parlato di Love Story )

questo non è il vero trailer ma è l’unico video che ho trovato.

Brenda Patimkin: What do you look like?



Neil Klugman: Listen, can I pick you up tonight and show you?



BP: I’m playing tennis tonight.




NK: How about after tennis?


BP: I’ll be sweaty after.



NK: I don’t mind. Can I come see you tonight?


BP: Ok, Briar Path Hills, do you know where that is? Around 8:15.



NK: Ok, I’ll be driving a blue convertible so you’ll know me. How will I know you?



BP: I’ll be sweaty.


Dal poco che so, mi pare un film da vedere
!
03/03/2012

The little black dress

Ecco un pezzo molto interessante che ho trovato nel libro su Audrey Hepburn e Colazione da Tiffany di cui vi parlavo qualche post fa. Ci sono moltissimi motivi per amare il nero, come scoprirete leggendo!

Nei tempi antichi, il nero era appannaggio esclusivo dei ricchi, ma, a partire dal diciassettesimo secolo, le classi più facoltose lo abbandonarono in favore dei colori sgargianti.
Nell’era vittoriana- all’origine della nostra visione contemporanea del nero- era riservato quasi esclusivamente al lutto. Pareva automatico sceglierlo come sfumatura emblematica della morte, considerato che, nel corteggiamento, il colore contribuisce alla seduzione.

Tradizionalmente è un ornamento femminile, e più sono sgargianti, più le donne riescono ad attirare l’attenzione. Di conseguenza, quelle incolori- poniamo, vestite di nero da capo a piedi- tendono a passare quasi inosservate. Nello sfavillare di un arcobaleno, il nero mimetizza; ha qualcosa di mascolino, in quanto permette di guardare senza essere visti. Il nero è la scelta di chi non ha bisogno di farsi notare. Di chi è autosufficiente e, in ultima analisi, misteriosa. Potente.
E’ un look da maschi. E dunque, cosa accade quando si invertono i ruoli, e sono le donne a vestirsi di nero?

Nel diciannovesimo secolo, quando alla morte del marito le donne erano tenute per anni al lutto stretto, quel colore era un indizio sicuro di vedovanza. Agli uomini di passaggio, segnalava che la donna non era nuova al sesso. Significava esperienza.

Nessuna meraviglia, dunque, che le flapper degli anni Venti lo trovassero tanto attraente. Gli aerodinamici tubini in satin nero delle adolescenti dell’Età del Jazz mandavano un messaggio forte e chiaro: volevano divertirsi.

Chanel colse al volo l’occasione di capitalizzare sulla nuova modernità, e gli abitini neri cominciarono a spuntare come i funghi. Non soltanto erano alla moda, ma con gli anni Trenta diventarono anche molto pratici. Non sembrava giusto vestirsi in modo appariscente come si faceva prima della crisi del 1929 e così, con la funzionalità del sottotono, l’abito nero divenne politically correct. L’austerità era à la page.

E dopo la guerra, con l’ondata del New Look targato Dior, il nero era tornato anche elegante. Il mondo si era rimesso in carreggiata, la gente non doveva più vergognarsi di scialacquare, e alcune donne di gran moda –principalmente in Europa- diedero l’assalto ai boulevard strizzate dentro clessidre nere.

Ma in America, con il riflusso domestico degli anni Cinquanta, l’emblema della femminilità tornò variopinto. Basta guardare i film: solo le carogne indossano il nero. La Margo di Eva contro Eva, La Norma di Viale del Tramonto, e più indietro nel tempo, la Gilda di Rita Hayworth.
Prima ancora che quelle dive aprissero bocca, agli spettatori era sufficiente un’occhiata per sapere che non portavano che guai- ed era il nero a rivelarlo. Sugli uomini era di rigore, ma sulle donne, il nero era un simbolo carico di potere, padronanza sessuale, e capovolgimento della passività tradizionale- tutti elementi che nei film lo rendevano il colore d’eccezione per i personaggi dai quali bisogna guardarsi, e il più delle volte a ragion veduta. Dunque, sul fronte opposto, ecco Doris Day in rosa e azzurro. Siate decorative era la parola d’ordine. Siate floreali, siate femminili, è questo quello che ci si aspetta da voi.

Hubert de Givenchy ricevette il copione di Colazione nell’estate del 1960. Il nero non avrebbe rappresentato una scelta tanto distintiva se a portare l’abito fosse stata una poco di buono; anzi, sarebbe stata la decisione più ovvia. Ma vedere quell’abito indosso ad Audrey Hepburn– e nemmeno di notte, ma la mattina presto- era quantomeno insolito. Trattandosi di Audrey, la ragazza più acqua e sapone del pianeta, c’è dell’ironia nel suo patrocinio di un colore tanto gravido di connotazioni peccaminose. Il contrasto non è soltanto sorprendente, è sofisticato. Il nero su Audrey le dà un’aria di scaltrezza, L’essenza stessa del glamour.

“Givenchy e Audrey ci offrirono uno chic molto realistico, molto accessibile”, è il parere dello stilista Jeffrey Banks. “Tutto d’un tratto, in Colazione da Tiffany, la classe non era più una realtà remota, riservata ai ricchi. Naturalmente, questo aveva a che fare con AAudrey e con ciò che rappresentava agli occhi del pubblico, ma anche con Givenchy”. Diversamente da Balenciaga, Hubert era un naturalista. Puntava a mettere in risalto il corpo così com’è, non a riplasmarlo e ad idealizzarlo. Era convinto che non servissero molti accessori e ornamenti, e disegnava i suoi abiti sulla forma delle donne così come sono, non come lui o la cultura avrebbe voluto che fossero. Nella moda non era mai successo, e quell’approccio tramutò il glamour da inaccessibile a pratico. Dopo Tiffany chiunque, a prescindere dalle possibilità economiche, poteva essere chic, nel quotidiano e in ogni luogo.”

Il little black dress era facile da emulare: qualsiasi ragazza del 1961 poteva cucirsene uno, o permettersi di comprarlo (e lo fecero,eccome). Ovviamente, non tutte potevano vantarne uno di Givenchy, ma non aveva importanza: grazie alla sua semplicità, qualunque abito nero avrebbe funzionato. Il messaggio che trasmetteva era chiarissimo: “non ho bisogno di addobbarmi per impormi. Non mi serve il megafono della moda per far sentire la mia voce. Mi basta essere me stessa”.

La sua efficacia e semplicità fecero dell’abito nero l’uniforme di ordinanza della donna che lavora, e il taglio di Givenchy, diversamente da quello di Chanel, era economico, aderente, e modellato senza orpelli, una severità insolita nel look del tempo- oltre che sottilmente seduttiva.

tratto da “Colazione con Audrey”, di Sam Wasson

http://www.fabaudrey.com/
bel sito su Audrey che ho trovato oggi, dove vengono anche descritte le opere benefiche portate a termine grazie all’ associazione che porta il suo nome

22/08/2011

Libri del mese

Ecco i libri che ho comprato nel mese di Luglio:


3 libri in inglese, tra cui POST SECRET, che conoscevo già grazie al sito omonimo di cui vi avvo già parlato qui sul blog( http://www.postsecret.com)/ .
Si tratta di un sito che pubblica cartoline che il fondatore riceve da gente in tutto il mondo, ognuna contenente un segreto inconfessabile per chi la scrive.


Non ho poi resistito a questi 3 libri una volta in Italia (in America i libri costano appena di più che da noi, tipo sui 24 dollari).


Il nuovo di Banana, il nuovo capitolo della saga di “Zia Mame” (che mi aveva fatto scompisciare), e FINALMENTE “Colazione con Audrey”, libro che rivela tutti i retroscena e le notizie inedite su “Colazione da Tiffany”(anche se credo di sapere tutto lo scibile umano su questo film). Troppo felice!!
ah, non ho menzionato il libro della mostra di McQueen… post a venire!

05/08/2011